L’impatto culturale del delitto sull’opinione pubblica, la “perdita dell’innocenza” dell’università e il mistero che ancora oggi affascina e disturba

di Fabio Buonofiglio
ROMA – C’è un prima e un dopo, nella storia della percezione della sicurezza pubblica in Italia, e quel confine è segnato da un giorno di sole romano.
È il 9 maggio 1997.
Prima di quella data, la città universitaria de “La Sapienza” era, nell’immaginario collettivo, un microcosmo protetto. Un luogo di pensiero, di dibattito, di futuro. Dopo quel venerdì mattina, s’è trasformata nel palcoscenico d’una delle tragedie più assurde, indecifrabili e inquietanti della nostra cronaca nera.
A quasi trent’anni di distanza, la morte di Marta Russo non è solo un caso giudiziario chiuso a fatica nelle aule dei tribunali:
è un trauma collettivo rimasto sospeso.
La fine dell’innocenza universitaria
Marta Russo aveva 22 anni, studiava Giurisprudenza e camminava lungo un viale del suo ateneo insieme a un’amica. Non c’erano ombre nella sua vita, non c’erano legami pericolosi, non c’erano segreti. Il proiettile calibro 22 che l’ha colpita alla nuca è arrivato dal nulla, come un fulmine a ciel sereno.
È stata proprio questa totale assenza d’un motivo a scatenare il panico, e, di conseguenza, l’ossessione morbosa dei media. Se una ragazza può essere uccisa all’interno dell’università senza una ragione, allora nessuno è più al sicuro in nessun luogo.
“La Sapienza”, da tempio della cultura capitolina, italiana, europea, mondiale, divenne improvvisamente un set cinematografico d’atmosfera hitchcockiana, dove dietro ogni finestra poteva nascondersi un assassino freddo e calcolatore.
Il vicolo cieco della “verità processuale”
La giustizia ha fatto il suo corso, emettendo nel 2003 le condanne definitive per due allora assistenti universitari, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, allora nemmeno trentenni e oggi quasi sessantenni. Eppure, raramente una sentenza di Cassazione ha lasciato l’opinione pubblica così insoddisfatta e divisa.
Il motivo risiede nella natura stessa dell’inchiesta, che ha ballato pericolosamente tra due estremi:
da un lato la “scienza tradita” della perizia sullo Stub (i residui di sparo), che inizialmente sembrava la prova regina sul davanzale dell’aula 6, poi cancellata e ritenuta non valida, dall’altro, la “parola contro la parola” d’un castello accusatorio fondato su testimonianze tardive, ritrattate, e ottenute attraverso metodi d’interrogatorio che sollevarono dure polemiche per la loro aggressività coercitiva.

Quando Giovanni Scattone è tornato in libertà nel 2004, dopo avere scontato la pena, l’impressione generale non è stata quella d’aver visto trionfare la giustizia, ma quella d’aver assistito a un immenso compromesso giuridico. L’accusa di omicidio colposo (e non volontario)è sembrata a molti il modo in cui lo Stato ha voluto mettere la parola “fine” a un caso che non poteva restare insoluto, pur non avendo in mano né l’arma del delitto né un movente credibile.
Il fascino sinistro delle “piste” alternative
Cosa resta oggi, tolta la verità dei faldoni giudiziari?
Restano i fantasmi delle ipotesi scartate. Resta la suggestione – smentita, ma mai del tutto sradicata dalla mente dei complottisti – del “delitto perfetto”, l’idea aberrante di due giovani intellettuali che sparano per il puro gusto cinico d’applicare una teoria accademica.
E resta, forse ancora più inquietante, la pista dello scambio di persona legato alla criminalità organizzata. L’idea che i proiettili fossero destinati alla figlia d’un testimone di giustizia messinese, che frequentava gli stessi viali e gli stessi corsi di Marta, sposta il focus dal cinismo accademico alla spietatezza mafiosa. Una pista che avrebbe trasformato “La Sapienza” non in un laboratorio di folli scienziati, ma in un territorio di caccia della criminalità.

Un enigma senza tempo
Marta Russo riposa al cimitero del Verano. La sua morte ha cambiato le leggi, ha cambiato il modo in cui i media trattano i delitti e ha segnato una generazione di studenti.
Il suo caso rimane un enigma non perché manchino i colpevoli per la legge, ma perché manca la logica. E l’animo umano, davanti a un delitto senza un “perché” limpido e trasparente, non riesce a trovare pace.
Ventinove anni dopo, quell’aula di Filosofia del diritto e l’ombra sul davanzale di quella sua finestra guardano ancora i passanti con lo stesso, muto e indecifrabile silenzio.

