Ven. Set 4th, 2026

L’Anestesia del Mito: cosa ci dicono Spider-Man e l’Odissea di Nolan sulla nostra codardia culturale

di Desiree Annunziata

C’è un paradosso sottile che consuma la cultura pop contemporanea: per convincere qualcuno ad alzarsi dal divano, comprare un biglietto e sedersi al buio per due ore, devi promettergli qualcosa di assolutamente mai visto. Eppure, per convincere le banche e le major a finanziare quella stessa promessa, devi garantire loro qualcosa che hanno già visto almeno un migliaio di volte. La stagione cinematografica in corso è il monumento definitivo a questa schizofrenia. Da un lato abbiamo Spider-Man: Brand New Day, l’ennesimo “nuovo inizio” di una saga che sopravvive a se stessa resettando ciclicamente la propria memoria, dall’altro c’è l’Odissea di Christopher Nolan, un’operazione titanica che prende il testo fondativo della civiltà occidentale e lo trasforma in un kolossal muscolare da duecento milioni di dollari girato in pellicola e formato IMAX. Entrambi sono successi travolgenti, entrambi sono macchine sceniche visivamente maestose, ed entrambi sono il sintomo di una profonda paralisi creativa.

Ma perché il pubblico corre in sala per un eroe dei fumetti nato nel 1962 o per un poema in versi di tremila anni fa? La risposta breve è che il presente ci terrorizza e il futuro non sappiamo più immaginarlo. Nel cinema contemporaneo, la costruzione del mito ha smesso di essere un atto poetico ed è diventata un’operazione di gestione del rischio industriale. Peter Parker viene costantemente spogliato, ricaricato e riformattato per aderire all’umore della nuova generazione di turno: non è più un personaggio, ma un software narrativo che riceve aggiornamenti periodici. Ulisse, nelle mani di Nolan, diventa invece il pretesto perfetto per la solita, impeccabile pornografia della materia: il bronzo, la salsedine, il suono sordo delle onde registrato al massimo della fedeltà acustica. Un’operazione formale impeccabile, ma che usa l’antico non per dire qualcosa sul nostro tempo, bensì per nobilitare l’intrattenimento di massa. Il risultato è un cortocircuito in cui chiamiamo “evento dell’anno” due opere che si rifiutano categoricamente di rischiare su una sola idea originale.

C’è chi festeggia questo scontro al botteghino come la rinascita del cinema in sala, ma la realtà è che la sala cinematografica ha smesso di essere il luogo dove la società va a sognare o a farsi provocare, trasformandosi in un parco a tema per esperienze immersive non replicabili a casa. Andiamo a vedere Nolan perché la proiezione gigante fa tremare la poltrona in un modo che la nostra Smart TV non potrà mai eguagliare, e andiamo a vedere Spider-Man per la paura sociale di rimanere esclusi dalla conversazione sui social il giorno dopo. Abbiamo barattato la rilevanza culturale con la spettacolarità tecnica, dimenticando che il cinema di oggi spesso non vuole più cambiarti la vita, ma vuole solo che tu non guardi lo smartphone per i prossimi centoventi minuti.

Se i media tradizionali si limiteranno a votare le sequenze d’azione o a fare l’esegesi della regia, a un’analisi critica spetta il compito di fare un passo indietro. Riconoscere la perizia tecnica di due grandi produzioni è doveroso, ma scambiarle per il futuro dell’arte è un errore imperdonabile: finché le nostre storie più importanti saranno estratte dai poemi dell’antica Grecia o riscritte da logiche di conservazione del capitale, continueremo ad andare al cinema con gli occhi spalancati, ma con la testa drammaticamente rivolta all’indietro.

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