Mar. Lug 21st, 2026

FUNERALE DEL GIORNALISMO? Il caso Ranucci e il “ribaltamento” tra vittima e carnefice


Il paradosso di Report: la parte lesa finisce mediaticamente sul banco degli “imputati”, ma passa al contrattacco con querele ed esposti contro altri giornali e giornalisti


di Fabio Buonofiglio

ROMA – C’è un cortocircuito evidente nel caso che sta scuotendo i vertici della Rai e la politica italiana.

Da un lato c’è una Procura che indaga su un fatto d’estrema gravità:

l’attentato dinamitardo che il 16 ottobre dell’anno scorso ha preso di mira l’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci a Pomezia.

Dall’altro, in un ribaltamento di ruoli tipico delle dinamiche politico-mediatiche italiane, ma stavolta assai stridente, l’attenzione si sta spostando dai presunti attentatori ai rapporti personali della vittima.

Al centro dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma c’è Valter Lavitola, il pluripregiudicato faccendiere indicato dai magistrati come il presunto mandante dell’attentato contro Ranucci.

Gl’inquirenti hanno accelerato le operazioni – sequestrando telefoni, chiavette Usb e documenti – dopo aver notato l’indagato con le valigie pronte, pronto a imbarcarsi per l’Africa.

Ad infiammare il dibattito però non è solo e soltanto la cronaca giudiziaria, bensì la fitta rete di messaggi e contatti che per anni ha legato il giornalista e Lavitola. Un legame fatto di scambi d’informazioni e confidenze, che “scandalizzano” giornali e giornalisti che sanno benissimo che tra le nostre fonti guai se non vi fossero anche soggetti appartenenti o “vicini” ad “ambienti” per nulla immacolati!

Un dibattito giornalistico che sta lasciando tracce profonde. Tra queste, c’è un bizzarro retroscena politico:

a giugno, Lavitola aveva commissionato un sondaggio per testare la candidatura di Ranucci come frontman del cosiddetto Campo largo del Centrosinistra. Una mossa che lo stesso Lavitola definisce slegata dall’attentato di ottobre:

«Saremmo stati due stupidi a farci l’attentato da soli», ha dichiarato, rigettando la pista politica.

Il fronte più caldo s’è però spostato sull’attività giornalistica della trasmissione di Raitre. Fratelli d’Italia sta preparando un esposto in Procura per verificare se Lavitola abbia in qualche modo condizionato le storiche inchieste di Report sul settore dell’energia eolica e delle energie rinnovabili nell’Alto Lazio, usandole come arma di pressione per via di mancate autorizzazioni che avrebbero danneggiato i suoi affari imprenditoriali.

La reazione di Ranucci è stata immediata e categorica:

«Nessuna inchiesta è mai stata condizionata da Lavitola. I presupposti di FdI sono del tutto errati».

Nel frattempo, le conseguenze aziendali non si sono fatte attendere. La decisione della Rai di sospendere le repliche estive del programma ha sollevato un polverone. Se le opposizioni (Partito democratico e Alleanza Verdi-Sinistra italiana) parlano d’una scelta punitiva incomprensibile nei confronti di chi è, a tutti gli effetti, la parte lesa della vicenda, all’interno della redazione il clima si fa sempre più teso. Blindato dai suoi quaranta collaboratori, Ranucci ha già messo le mani avanti:

se la sua figura diventerà un pretesto per colpire l’autonomia e il futuro della trasmissione, è pronto a fare un passo indietro.

Resta da capire se i vertici di Viale Mazzini coglieranno l’occasione per un cambio della guardia o se prevarrà la tutela d’uno dei marchi storici del giornalismo d’inchiesta italiano.

Frattanto Ranucci e la redazione di Report rispondono per vie legali alle polemiche e alle indiscrezioni di stampa in merito all’attentato.

Tramite il proprio legale, l’avvocato Roberto De Vita, il giornalista ha depositato una denuncia-querela per diffamazione pluriaggravata contro le ricostruzioni che ipotizzavano un «finto attentato» o che suggerivano un suo presunto ritorno d’immagine ed economico dall’attentato stesso.

Secondo l’avvocato De Vita, la diffusione di congetture e insinuazioni avrebbe ribaltato i ruoli in modo inaudito, trasformando la vittima d’un grave atto intimidatorio nel suo principale beneficiario, con pesanti ripercussioni sia sul piano umano che professionale.

L’azione legale del team di Report non si ferma qui:

Ranucci e i giornalisti Daniele Autieri, Giorgio Mottola, Paolo Mondani, Giulio Valesini e Luca Chianca hanno infatti firmato un secondo esposto per rivelazione di segreto d’ufficio e investigativo. Al centro della denuncia c’è la diffusione e la successiva pubblicazione, da parte dei quotidiani Domani e La Verità, di verbali, brogliacci e intercettazioni telefoniche relativi a un’inchiesta ancora pienamente in corso.

E poi c’è il post caustico, affidato a Facebook, da parte di Simona Musco, caporedattrice de Il Dubbio. E sono parole che, nel bene e nel male, fanno riflettere:

«Non ho mai considerato quello di Sigfrido Ranucci giornalismo.

L’ho pensato quando era osannato, lo penso oggi che è diventato il bersaglio del tiro al piccione.

Giustamente, perché per chi passa la vita a moralizzare gli altri solo per aver salutato per strada qualcuno non può aspettarsi di poter agire senza essere giudicato.

D’altronde una cosa sola, forse, ho imparato nella vita:

ognuno giudica in base a come agisce.

Però quello che trovo davvero inquietante, anzi deprimente, è lo spettacolo offerto da tanti colleghi.

Fino a ieri lo incensavano, Ranucci, oppure abbassavano la testa, attenti a non contraddirlo per non finire nel mirino di una puntata di Report.

Ad alcuni, in effetti, è capitato di finire nel mirino e doversi prendere tutto quello che veniva riversato nel ventilatore, solo perché la pensano diversamente (prove alla mano, nel loro caso).

Oggi, invece, quei colleghi che prima trattavano Ranucci da eroe (ma non arriva un’età in cui capiamo che non esistono?) scavano in ogni angolo, anche il più irrilevante, pur di aggiungere un colpo alla sua demolizione. E, se serve, dirottare la croce su qualcun altro. Che può sempre servire un capro espiatorio. A chi e perché prima o poi si capirà.

Non è ricerca della verità. Non è giornalismo (parola che ormai sta diventando sopravvalutata). È la solita gara a chi affonda per primo il coltello, perché conviene. E magari pure chi ha conosciuto sulla propria pelle la gogna mediatica partecipa al gioco:

appena cambia il vento, diventa il primo a imbracciare il forcone. Non si impara mai nulla.

Forse è questa la lezione più tossica che Report ha lasciato in eredità:

l’idea che il giornalismo non sia verificare i fatti, ma costruire un imputato. Fare scandalismo. Cambia il nome, non cambia il metodo. Non dobbiamo meravigliarci se il pubblico riconosce in quel metodo il vero giornalismo. Lo abbiamo creato noi. E così gli ex adulatori diventano accusatori, gli ex intimiditi diventano giustizieri e il circo riparte come se nulla fosse.

La verità non esiste più, la verità è un racconto. Vince quella scritta meglio. Laddove l’italiano resiste ancora. Benvenuti al funerale del giornalismo».

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