di Desiree Annunziata
Tupac Shakur, il modello Noonoouri rappresenta un’operazione industriale del tutto legale e concordata.
La sua voce non viene generata dal nulla e neppure rubata dal web, ma nasce da un complesso processo di sintesi vocale. Il software è stato addestrato sulle registrazioni di cantanti in carne ed ossa che hanno espressamente ceduto la licenza d’uso del proprio timbro. Attraverso l’algoritmo, la traccia vocale umana viene modificata, intonata e scomposata fino a ottenere un’identità sonora unica e irripetibile, appartenente solo al personaggio digitale. Questo meccanismo ha permesso di superare l’ostacolo normativo che tutela il diritto alla voce e all’immagine, creando una filiera di monetizzazione del tutto nuova: le cantanti sottomesse al processo di addestramento digitale incassano royalties pattuite attraverso regolari clausole contrattuali, il creatore dell’avatar detiene la titolarità del marchio e dell’immagine, i produttori firmano la composizione e la casa discografica gestisce la distribuzione commerciale con margini d’accumulo inediti.
Per l’industria della musica contemporanea, l’emergere di artiste come Noonoouri non è un semplice sfizio tecnologico, ma un esperimento di efficienza economica. Un’artista virtuale non cancella date a causa del burnout, non subisce cali di voce, non pretende pause tra una tournée e l’altra e non rischia di finire al centro di scandali d’immagine che potrebbero compromettere i contratti pubblicitari. Può girare un videoclip in poche ore di rendering, posare per una copertina mentre l’algoritmo lavora sui suoi social e presenziare contemporaneamente a eventi promozQuando la Warner Music Central Europe ha firmato un contratto discografico globale per il lancio del singolo Dominoes, la notizia ha fatto il giro delle redazioni specializzate con le modalità tipiche dei grandi debutti pop. La canzone vedeva la collaborazione del noto DJ tedesco Alle Farben e della cantante Luana, vantava una produzione impeccabile da alta classifica e godeva di una distribuzione strategica su tutte le piattaforme di streaming. C’era tuttavia un dettaglio sostanziale che separava questo debutto da qualsiasi altro nella storia della major: la performer principale, Noonoouri, non ha un corpo, non respira e non è mai entrata in uno studio di registrazione. Alto un metro e cinquanta, con grandi occhi espressivi e un’estetica visibilmente digitale che rifiuta l’iperrealismo, il personaggio è un avatar 3D creato nel 2018 dal designer grafico Joerg Zuber. Dopo aver conquistato il mondo della moda sfilando virtualmente per marchi del calibro di Dior, Balenciaga e Valentino, Noonoouri si è trasformata nella prima influencer virtuale a sottoscrivere un accordo discografico di primo piano, segnando un punto di svolta irreversibile nell’intersezione tra intelligenza artificiale, intrattenimento e mercato musicale.
A differenza dei controversi “audio-deepfake” emersi negli ultimi anni, come il caso del brano virale con la falsa voce di Drake e The Weeknd o la traccia non autorizzata con la voce clonata di ionali in diverse parti del mondo. Rimane tuttavia aperto il quesito fondamentale sulla risposta del pubblico. Se da un lato le playlist di Spotify e i trend di TikTok dimostrano che l’ascoltatore medio consuma musica con una soglia di attenzione sempre più slegata dalla biografia reale dell’esecutore, dall’altro la musica pop si è sempre fondata sull’empatia, sull’immedesimazione e sul racconto del dolore o della gioia vissuti sulla propria pelle. Il caso Noonoouri rappresenta la cartina di tornasole per capire se l’algoritmo possa sostituire non solo il lavoro tecnico del musicista, ma anche quella componente di imperfezione umana che, fino a oggi, è stata il vero motore dell’arte commerciale.

