Mar. Lug 21st, 2026

CALABRIA: qui si muore AMMAZZATI DA SCHIAVI


L’orrore di Amendolara: quattro operai bruciati vivi in un’auto dai loro “capi” dopo aver chiesto il salario e un regolare contratto


di
Fabio Buonofiglio

AMENDOLARA (Cosenza) Una trappola di fuoco mortale. Premeditata. Consumata in pieno giorno e con indicibile tracotanza criminale proprio sotto le telecamere d’una stazione di rifornimento carburanti. Un piano diabolico per mettere a tacere – e per sempre – le richieste d’un lavoro regolare.

È l’agghiacciante scenario d’orrore che emerge dalle indagini-lampo sulla strage umana compiuta il 1° giugno scorso ad Amendolara. Fino a quel maledetto giorno un ridente comune adagiato sulla costa dell’Alto Jonio calabrese.

La strage umana è costata la vita a quattro giovani braccianti agricoli stranieri, tre di nazionalità afghana e uno di nazionalità pakistana, tra i 19 e i 29 anni d’età:

Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Amjad e Waseem Khan, questi i loro nomi.

Sono stati letteralmente bruciati vivi, all’interno d’un minivan Fiat Ulysse.

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari, Orvieto Matonti, ha convalidato i fermi – effettuati poche ore dopo – e disposto la custodia cautelare in carcere per i due ritenuti responsabili, Ali Raza e Ahmed Safeer, entrambi 31enni ed entrambi pakistani. Tutt’e due residenti nel vicino comune costiero di Villapiana, proprio nella stessa casa dove vivevano le loro quattro vittime.

Sono accusati di omicidio plurimo aggravato e di tentato omicidio. Già, perché nell’abitacolo di quel minivan doveva morire pure un quinto bracciante, scampato alla strage perché ha avuto il tempo e la forza di liberarsi da quella prigione di fuoco con le fiamme addosso, saltando dal bagagliaio.

La mattanza registrata dall’occhio elettronico

Le lancette dell’orologio segnavano le 13 in punto quando il Fiat Ulysse intestato ad Ali Raza s’accostava davanti alle colonnine d’un piccolo distributore “Ip” lungo il vecchio tracciato della Strada statale 106 jonica.

Pochi minuti prima, lungo la strada, una pattuglia della polizia stradale aveva fermato il mezzo per un controllo.

Nella stazione di servizio, al minivan s’era avvicinato un carabiniere in borghese che aveva esibito agli occupanti il proprio tesserino:

li aveva richiamati poiché dall’abitacolo era stata gettata una bottiglietta di plastica.

Due controlli fortuiti, che avevano permesso alle stesse forze dell’ordine d’incrociare i volti degl’indagati poco prima del massacro.

Non appena quel carabiniere s’era allontanato, era scattato il piano mortale.

Secondo quanto ricostruito dai poliziotti della Squadra mobile di Cosenza e impresso nei fotogrammi della video-sorveglianza, Ali Raza è sceso dall’auto, s’è diretto verso la colonnina del carburante, e, dopo aver aperto il portellone posteriore, ha iniziato a versare benzina direttamente all’interno del veicolo, dove si trovavano i lavoratori.

Simultaneamente, il complice Ahmed Safeer, seduto sul sedile anteriore, ha compiuto un gesto di glaciale ferocia:

ha spaccato dall’interno la maniglia d’una delle portiere posteriori dell’auto e l’ha lanciata fuori dal finestrino, per impedire qualsiasi via di fuga laterale.

Pochi istanti dopo, Ali Raza ha appiccato il fuoco con un accendino:

una fiammata violentissima ha avvolto l’auto, dall’interno i passeggeri cercavano disperatamente di sfondare il parabrezza a calci per scampare all’inferno, mentre i due aguzzini si posizionavano all’esterno premendo coi loro corpi contro le portiere, sbarrando fisicamente le uscite alle vittime terrorizzate.

Una morte atroce, una lenta agonia tra le fiamme durata minuti infiniti prima della fuga dei due killer.

Il miracolo del superstite e il movente

A svelare i dettagli della mattanza di fuoco è stato l’unico sopravvissuto al rogo, il 35enne afghano Mohammad Alamyar Taj.

L’uomo, che si trovava per puro caso nel vano bagagli, è riuscito a lanciarsi all’esterno attraverso il portellone posteriore mentre i vestiti che indossava gli andavano a fuoco.

Soccorso da alcuni passanti, ha riportato ustioni di secondo grado su gran parte del corpo e la frattura d’un braccio.

Ascoltato dagl’inquirenti in un letto d’ospedale, Mohammad ha squarciato il velo su una realtà di sfruttamento estremo:

«Eravamo in condizioni di schiavitù, vivevamo in dieci dentro una sola stanza e lavoravamo in nero».

Dietro il massacro, infatti, vi sarebbe stata una violenta lite scoppiata all’alba dello stesso giorno, quando i lavoratori avevano osato pretendere dai loro “capi” il pagamento del salario e la regolarizzazione del contratto lavorativo.

Richieste inaccettabili per i caporali, che avevano risposto prima con le minacce d’un coltello alla gola e poi architettando la spietata punizione collettiva.

Le ammissioni al telefono e la cattura

A blindare il quadro accusatorio, oltre alle immaginichoc della stazione “Ip” e al racconto del sopravvissuto, c’è la testimonianza spontanea d’un conoscente di Ali Raza.

L’uomo, avendo appreso del tragico incendio ad Amendolara, aveva telefonato proprio ad Ali per chiedergli notizie, e la risposta ottenuta era stata una confessione in piena regola:

«La macchina bruciata è la mia, ho appiccato il fuoco per ammazzarli tutti perché la mattina avevano aggredito mio fratello».

La fuga dei due complici è durata poche ore. La polizia li ha rintracciati nella loro abitazione dove hanno tentato un’ultima, disperata resistenza, barricandosi all’interno e serrando le porte prima d’essere immobilizzati e condotti in dapprima in Questura e dopo in carcere.

Nel provvedimento cautelare, il gip ha sottolineato la sussistenza delle aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della particolare crudeltà, evidenziando il «dolo del massimo grado» e la «ferma e glaciale risoluzione criminosa» degl’indagati.

I quattro corpi carbonizzati sono stati parzialmente identificati grazie ai documenti rinvenuti nel loro alloggio.

Ecco come si può morire in Calabria, ammazzati da schiavi. Sì, schiavi di quell’enorme sottobosco illegale e criminale che da anni qui “regna” nel settore dell’agricoltura…

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